Compassione, sorella maggiore della felicità

Autocompassione: non è indulgenza, vittimismo, non è autocommiserazione, ma stare accanto a se stessi nell’ora delle difficoltà. E’ facile amare se stessi quando ci si vede belli, felici, vincenti. Più saggio è amare se stessi quando ci si vede brutti, goffi, inadeguati, stupidi… eppure noi siamo “anche” tutto questo.
Siamo anche brutti, anche inadeguati. Come tutti, del resto, non sentiamoci soli.
Quando restiamo accanto a noi stessi con amore dopo un fallimento, non ci indeboliamo ed, anzi, diventiamo pacificati e forti. Il recupero emotivo, infatti, passa attraverso il superamento della vergogna, che ci vorrebbe nascosti e invisibili.

Se siamo veramente compassionevoli, possiamo tollerare quelli che sono i nostri limiti e, nelle relazioni, al momento del conflitto, anche se possiamo sperimentare una grande rabbia, questa non potrà soverchiarci del tutto, nè renderci ciechi: perchè nell’altro vediamo pregi e difetti, sapendo che anche noi non ne siamo certo privi. E ci prenderemo il meglio, da ognuno. Sapremo andare oltre il pregiudizio e riconoscere il tesoro che quella persona si porta dentro. Come tutti, del resto.

La compassione è “un amico nella testa”. Lo scrive Kristin Neff, preofessore presso l’università del Texas:
“Quando pratichi l’auto-compassione, coltivi, essenzialmente, un amico nella tua testa.”
La compassione di sè aiuta a far fiorire i semi che stanno al lato del nostro sentiero, aiuta a vedere i fiori che ci sono già, ci fa gioire con loro e… porta felicità. La mindfulness è sorella della compassione,e la compassione è sorella di quella felicità che tutti desideriamo.

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