Viaggio mentale nel tempo: dal “qui e ora” al “lì e allora”

“È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro.”  L.Carroll

reginarossa

Nel mondo di Wonderland sono molti i personaggi che si fanno beffe del tempo: la malvagia Regina rossa preferisce ricordare il futuro, piuttosto che limitarsi a stare sulle rive del fiume del tempo passato.  Il gusto del paradosso logico di Lewis Carroll, oltre alla sua straordinaria fantasia, ci guidano in un viaggio alla scoperta della straordinarietà che soggiace al tempo ordinario. Il tempo psicologico, infatti, così come ce lo consegna la nostra esperienza, è un processo meno lineare di quello definito dalla fisica classica; il senso del tempo ha natura variabile, elastica, estendendosi dalla dilatazione del presente nelle esperienze di flow, in cui siamo così immersi nell’attività da non renderci conto del trascorrere delle ore, alla lentezza estrema ed estenuante di giornate lunghe, segnate dalla spiacevolezza o dalla noia.

In modo intuitivo, ci rendiamo conto di quanto la nostra identità e la nostra umanità stesse abbiano a che fare con il senso del tempo: se ogni nuovo giorno ci ritrovassimo senza memoria, non sapremmo più chi siamo; se ci dicessero che i nostri ricordi sono un innesto artificiale sulla nostra coscienza anziché le tracce impresse su di noi dal passato ci troveremmo spiazzati, in crisi, un po’ meno “noi stessi” di quanto siamo abituati a sentirci.

Il neuro scienziato Tulving, negli anni ’80, ebbe un’intuizione ulteriore: la capacità di ricordare eventi passati specifici, è fatta, in qualche modo, della stessa sostanza dell’immaginazione. I ricordi, infatti, spesso costituiscono il materiale su cui si fantastica, ragiona, ipotizza e, soprattutto, si fanno previsioni in vista di scenari futuri. In fondo, che benefici di darebbe l’attività di ricordare, se non per utilizzare questa abilità per migliorare le capacità di adattamento?

Per dirla con la Regina rossa di Carroll, l’atto di ricordare il passato non è in sè molto utile, “è una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro”. È decisamente più vantaggioso e interessante saper ricordare il futuro.

In epoca molto recente il neuro scienziato Chaime osservò sperimentalmente quanto sia pervasiva la nostra tendenza a viaggiare avanti e indietro nel tempo, concentrandosi sull’identificazione del network neuronale preposto a tale attività. Due tra i suoi molteplici risconti e risultati si rivelarono davvero suggestivi. Il primo è che, se si lascia un individuo libero di non far nulla, in capo a una manciata di minuti, dopo aver osservato un po’ l’ambiente circostante, se non ha particolari obiettivi o distrattori esterni, comincia a vagare con la mente, nel passato o nel futuro, fantasticando scenari ipotetici in cui si perde come un vagabondo.

La disposizione a viaggiare nel tempo è così radicata che si stabilisce in modo spontaneo come modalità preferita di funzionamento mentale. Chaime la definì “modalità di default”. Inoltre, egli raccolse evidenze in direzione dell’ipotesi che il network neurale coinvolto nel ricordare sia il medesimo che si attiva nel prevedere, ipotizzare, progettare. E, altresì, nel considerare pensieri e prospettive degli altri.

Quando non facciamo nulla in particolare, entra in scena un teatro di voci, ricorsi, suggestioni, previsioni, dialoghi immaginari in cui qualcuno ci dice qualcosa e noi replichiamo, oppure facciamo un discorso, fantasticando sulle reazioni altrui e sulle nostre possibili contromosse.

Non è un caso se tale attività cognitiva viene più frequentemente focalizzata su aspetti negativi del passato o preoccupazioni per il futuro; Tulving scrisse che l’utilità del ricordo è “aver imparato una lezione”, sottintendendo, ragionevolmente, che sia fondamentale per la sopravvivenza non commettere errori fatali. Si incomincia, così, ad individuare uno dei costi che la mente errante ci fa pagare, spesso non a buon mercato. Ovvero la tendenza a stare molto tempo in contatto con pensieri negativi, che sostengono stati d’animo inquieti.

Ma il dubbio che ci appare ancor più corrosivo è che, nel distacco dal qui e ora (cui possiamo opporre un training costante, nei corsi, negli esercizi e negli intensivi di mindfulness) non poca della solidità della realtà del vivere vada dissolta in favore di qualcosa che è fatto “della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”.

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