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Il messaggio nascosto delle emozioni – Ascoltare, senza diventare

Sembrerà strano, ma una mente limpida non si conquista con lo sforzo: affiora proprio nel momento in cui smettiamo di agitare l’acqua.

Sono proprio le emozioni che muovono più di tutto le nostre acque interiori.

Un pensiero può increspare la superficie, un’emozione forte solleva le acque dal fondo e in un istante tutto diventa torbido.

Possiamo osservare la differenza tra un’acqua limpida e un’acqua torbida: tra un’emozione pulita e un’emozione torbida.

Il Buddha, parlando degli ostacoli della mente, usava proprio l’immagine della bacinella d’acqua. Essa può essere tinta da un colorante, bollire sul fuoco o essere coperta di alghe e muschio. Sono tutti casi in cui non riesce più a riflettere le cose così come sono.

Nonostante questo, l’acqua è sempre acqua, cambia solo la condizione in cui si trova.

La stessa cosa accade anche a noi. Un’emozione pulita arriva in modo semplice, con tutta la sua carica attraversa il nostro corpo e poi passa. La paura fa scattare indietro da un bordo, la rabbia divampa quando un confine viene violato, la tristezza scende quando qualcosa a cui tenevamo se ne va. Sono acque mosse, ma sempre trasparenti e che, quindi, permettono di vedere fino in fondo.

Le emozioni non ci offuscano semplicemente esistendo, ad offuscarci è il modo in cui le tratteniamo, le mescoliamo e le soffochiamo.

Un’emozione torbida è un’emozione a cui è successo qualcosa. L’abbiamo repressa, mescolata ad altro o alimentata con il pensiero fino a trasformarla in una tempesta.

Quando l’acqua si intorbida, perdiamo il messaggio che l’emozione portava con sè. Più precisamente si perde proprio nell’istante in cui smettiamo di avere un’emozione e diventiamo quell’emozione.

E’ un concetto che il Buddha raccontava attraverso la parabola delle due frecce:

La prima è “provo tristezza” e la seconda è “sono una fallita, sarà sempre così”.

La prima, quindi, è pulita e passerebbe, la seconda si inchioda all’emozione e la trasforma in identità.

Rumi ha scritto che l’essere umano è come una locanda: ogni giorno vi arrivano nuovi ospiti, una gioia, una tristezza, una meschinità, un lampo di consapevolezza.

Il locandiere che accoglie questi ospiti è la mente che osserva. Quando diciamo “sono triste” ci confondiamo con l’ospite di passaggio; quando diciamo “c’è tristezza che mi attraversa” torniamo ad essere lo spazio in cui la tristezza entra ed esce.

Non occorre combattere l’emozione, occorre conoscerla.

Perchè il vedere chiaro di per sè, libera. E quando l’acqua torna limpida sul fondo ci renderemo contro che sul fondo non c’era un nemico, ma una guida che non aspettava altro che essere ascoltata.

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